A book with a bad plot is like a Phantom Pain

Phantom pain, o meglio phantom limb pain, è il cosiddetto dolore da arto fantasma, ovvero la sensazione anomala di dolore di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile. Questa sensazione è sintomo di una patologia detta sindrome dell’arto fantasma, dal nome autoesplicativo: il braccio o la gamba non ci sono più, ma il nostro cervello percepisce ancora la loro presenza e con essa tutto ciò che ne è legato, dolore compreso. Detta in parole povere (medici perdonatemi se sbaglio), la nostra mente sente la presenza di qualcosa che dovrebbe esserci perché c’è sempre stato, ma che in realtà non c’è più. Cosa c’entra tutto questo con i libri? Ci arriveremo con calma. Prima però vorrei raccontarvi cosa mi ha spinto a scrivere questo articolo.

Negli ultimi mesi (facciamo anche nell’ultimo anno) ho letto diversi libri, molti dei quali erano romanzi. Facendo un resoconto di queste ultime letture, ho realizzato che quando ho apprezzato veramente un titolo non si trattava di un romanzo. La cosa mi è sembrata strana in un primo momento perché ho sempre preferito vivere una bella storia per distrarmi dalla quotidianità invece di perdermi in complicate riflessioni. Ho liquidato questo fatto dando la colpa alla sfortuna, convinto di avere trovato dei romanzi che non incontravano i miei gusti. Poi è successa una cosa; una cosa che ha poco a che fare con la letteratura: è uscito Metal Gear Solid V: The Phantom Pain (ecco il trailer).

the phantom pain

Se avete letto la mia descrizione, sarete a conoscenza del fatto che una mia grande passione sono i videogiochi. La mia “carriera” è iniziata con la prima Playstation e da quel giorno non ho mai abbandonato la console dal joypad biforcuto, acquistando anche le edizioni più recenti. Fortunatamente una delle saghe che da sempre accompagna la macchina per l’intrattenimento di mamma Sony è proprio quella di Metal Gear Solid, ideata da Hideo Kojima. Questo titolo venne pubblicato nel 1998, in un epoca dove i giochi d’azione e avventura non avevano delle grandi trame. Queste spesso si riducevano a: salva la principessa x, che è stata rapita dal cattivo y ed è tenuta prigioniera nel castello z. Metal Gear Solid invece iniziava così:

Mare di Bering, anno 2005. L’ex agente speciale della FOX-HOUND, Solid Snake, viene prelevato con la forza dalla sua abitazione in Alaska e messo in contatto con il colonnello Roy Campbell: dovrà svolgere una missione all’interno dell’impianto di smaltimento delle testate nucleari sull’Isola di Shadow Moses, nell’arcipelago delle isole Fox. L’impianto è stato occupato da terroristi, guidati dagli attuali membri dell’unità FOX-HOUND. I terroristi chiedono un riscatto di un miliardo di dollari e il cadavere di Big Boss, minacciando, nel caso in cui queste richieste non vengano soddisfatte, di lanciare un attacco nucleare sul suolo americano

Probabilmente alla maggior parte di voi queste parole non diranno assolutamente nulla, anzi sembreranno il tipico incipit delle americanate che si vedono al cinema, dove il presidente degli Stati Uniti uccide i terroristi che invadono la casa bianca con mitragliatrici a canne rotanti e calci volanti. Per noi fan, invece, queste parole sono come la Bibbia, perché segnano l’inizio di un’era dalla quale non c’è ritorno. Avete presente l’articolo sulle nuove frontiere che ho scritto qualche tempo fa? Ecco, Metal Gear Solid è l’esempio perfetto di nuova frontiera. Sì, perché ha rappresentato l’inizio di un’epoca: un’epoca dove da un bel gioco si poteva anche pretendere una bella trama. Ma c’è di più, perché questa serie ha iniziato a toccare tematiche che forse mai nessuno aveva osato trattare in un videogioco. Dietro a quella che può sembrare una tipica trama di spionaggio si cela ben altro: non solo gli intrighi, gli inganni i giochi di potere, ma anche storie di persone, molte volte strappate dai propri affetti a causa della guerra. Storie di vita e di morte, di disastri nucleari e delle loro conseguenze. Potrei stare delle ore ad elencare questi temi e sono comunque sicuro che me ne dimenticherei qualcuno. Lo farei volentieri, ma devo riallacciarmi al discorso precedente. Dovete sapere che la storia di Metal Gear si spalma su  dieci giochi diversi: il primo uscito nel 1987  con il titolo Metal Gear (Metal Gear Solid è in realtà il terzo capitolo ad essere stato pubblicato) e l’ultimo giusto un mesetto fa, quel The Phantom Pain che ho nominato in precedenza. Vi dirò di più: le pubblicazioni non seguono l’ordine cronologico della trama. Infatti l’ultimo gioco è ambientato prima di quello pubblicato vent’anni fa. Potete solo immaginare che mole di personaggi, trame e sotto trame abbia mosso questa serie. Detto questo, giusto ieri ho assistito al finale di The Phantom Pain e, anche se devo ammettere che vengono lasciate in sospeso un paio di sotto trame a causa anche delle cattive acque in cui naviga la casa produttrice, magicamente il cerchio si chiude. Quello che voglio dire è che tutto torna, non c’è niente fuori posto, ma soprattutto che anche questa volta Kojima è riuscito (anche se solo in parte e chi è appassionato mi capirà) a rendere avvincente la sua storia e allo stesso tempo trattare di temi complicati come la schiavitù, i bambini soldato, il disarmo nucleare, ma anche la pazzia, la fedeltà, l’inganno e l’amore. Tutto questo in quello che in molti potrebbero considerare un semplice “giochino”.

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Così ho capito. Gli ultimi romanzi che ho letto non mi hanno entusiasmato affatto perché Metal Gear mi ha abituato troppo bene. Nessun libro letto recentemente è riuscito a darmi tutto quello che riesce a darmi questo gioco da solo. Spesso un romanzo si rivela avvincente, ma superficiale, oppure affronta temi complessi, ma ha un ritmo lento e si legge a fatica. Oppure, peggio ancora, pretende di avere una trama intricata, ma poi fa acqua da tutte le parti. Allora io mi chiedo: dove sta l’arte? Solo perché uno si atteggia a scrittore può essere considerato tale? Solo perché uno si dedica ai videogiochi deve rimanere per sempre relegato al mondo dell’intrattenimento e non potrà mai avere un’opportunità di entrare in quello dell’arte? Sono in molti a pensarla così, ma io no. Non la penso affatto così. Perché sono del parere che se hai la pretesa di raccontare una storia lo devi fare bene. Spesso si sente dire “ma non è quello lo scopo di questo libro”. A queste persone mi piacerebbe rispondere dicendo che Kojima è stato pagato per fare un bel gioco, ma è riuscito a fare un bel gioco (o meglio bei giochi) con una bella trama. Lui ha incastrato i pezzi del puzzle di una storia che dura dal 1987, mentre alcuni sedicenti scrittori scrivono centinaia di pagine sul niente, riuscendo alla fine anche a lasciare le loro trame incomplete o inconcludenti. So di essere pretenzioso, ma siamo nel 2015 e dovremmo già avere una certa cultura alle spalle. Eppure stiamo tornando indietro. Siamo in un epoca dove tutti scrivono, ma solo pochi sono capaci di farlo veramente. Purtroppo molte volte coloro che sono veramente capaci rimangono confinati in un angolo, mentre i mediocri, per un colpo di fortuna o per chissà quale miracolo, riescono ad avere successo. Per questo motivo ho scritto questo articolo, per dare voce a chi è veramente capace, per dare un palcoscenico a chi veramente merita di averlo. Certo, è un po’ piccolo come palcoscenico, ma avevo il dovere di farlo. Siamo una pagina che parla di libri è vero, ma anche di cultura e questa va portata avanti in tutte le sue forme.

Meglio ascoltare un po’ di musica per placare gli animi. Mi rivolgo a tutti gli scrittori: se state pensando di scrivere una storia, pensateci bene. Dovrete dar forma a dei personaggi, alle loro vite, alle loro emozioni e alle loro motivazioni. Dovrete farli interagire fra loro in modo sensato o almeno secondo una logica giustificata dalla vostra trama. Dovrete dare un senso alle loro azioni. Dovrete farli vivere. Sarete in grado di farlo? Lo spero, perché ogni volta che leggo un libro con una trama incompleta o buttata lì giusto per fare da impalcatura a due messaggi da quattro soldi provo come un dolore fantasma. Perché avverto che dovrebbe esserci qualcosa, qualcosa che c’è stato e che ho provato, ma che in realtà non c’è. Raccontatemi una storia degna di essere vissuta!

Se mai incontrerò uno degli autori che mi ha fatto provare questo phantom pain, non andrò a salutarlo solo perché è uno scrittore, né tanto meno andrò a complimentarmi con lui. Se però dovessi mai incontrare Hideo Kojima nella mia vita, farei come Snake nel finale di Metal Gear Solid 3 per ringraziarlo del suo lavoro, sperando che ci regali ancora uno dei suoi capolavori.

metal gear solid 3

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